Tre dubbi (liberisti) sulle idee di Capaldo per finanziare i partiti

Lo stato di salute dei partiti è precario. La conferma l’abbiamo avuta nelle ultime due settimane in cui siamo passati dalle iniziali timide proposte sulla trasparenza dei loro bilanci, alla orgogliosa rivendicazione del finanziamento pubblico ai partiti, alla rinuncia, totale o parziale, allo stesso. Ogni commento sarebbe ovviamente ingeneroso. Resta comunque il fatto di una evoluzione positiva indotta non solo dalle circostanze. di Nicola Rossi
12 AGO 20
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Lo stato di salute dei partiti è precario. La conferma l’abbiamo avuta nelle ultime due settimane in cui siamo passati dalle iniziali timide proposte sulla trasparenza dei loro bilanci, alla orgogliosa rivendicazione del finanziamento pubblico ai partiti, alla rinuncia, totale o parziale, allo stesso. Ogni commento sarebbe ovviamente ingeneroso. Resta comunque il fatto di una evoluzione positiva indotta non solo dalle circostanze ma anche dalla proposta avanzata da Pellegrino Capaldo nello sforzo di associare la libertà di scelta dei cittadini alla presenza di un contributo pubblico al finanziamento dei partiti. A essa si ispira la proposta di legge formalmente avanzata da alcuni parlamentari (fra cui chi scrive). Esaminarne le caratteristiche consente di individuare le questioni alle quali i partiti – se fossero i partiti cui pensa Ugo Sposetti – dovrebbero dare risposta.
Prima questione: il rapporto fra risorse private e pubbliche. Nella nostra proposta lo stato riconosce ai cittadini un credito d’imposta pari al 50 per cento (il 95 per cento nel caso della proposta Capaldo) del contributo che essi versano a movimenti o partiti politici, con un limite massimo pari a 5.000 euro (2.000 nella proposta Capaldo). Rino Formica e Salvatore Tutino sul Foglio hanno osservato che il contributo pubblico non può tradursi nella gratuità del contributo privato. Concordiamo. Andare oltre il 50 per cento implicherebbe deresponsabilizzare i cittadini (aprendo la strada ad abusi fin troppo evidenti). Seconda questione: la platea dei contributori. Il credito d’imposta è attribuibile alle sole persone fisiche. Ai soli elettori, attuali o potenziali. Questa indicazione va però associata anche a una precisa limitazione della possibilità per le imprese di finanziare la politica. Nessun finanziamento da parte delle imprese, direttamente o indirettamente, pubbliche. Limiti stringenti e assoluta trasparenza per le private.
Terza questione: la platea dei beneficiari. I contributi sono erogabili a favore di movimenti o partiti politici già presenti nelle assemblee nazionali o regionali, ovvero che vogliano esserlo in maniera non saltuaria. Diversamente da quanto ritiene Pellegrino Capaldo, i contributi non possono essere attribuiti, a nostro modo di vedere, ad associazioni e fondazioni. A chi, in altre parole, la politica ispira e fiancheggia ma anche e, spesso, condiziona. Tralasciamo qui il tema dei controlli e della trasparenza dei bilanci assente nella proposta Capaldo solo al fine di circoscriverne l’oggetto. Quarta questione: l’ampiezza del periodo transitorio. Fra un anno voteremo per il rinnovo delle Camere e fra due per le nuove assemblee regionali: un periodo transitorio superiore ai due anni – come accade nella proposta Capaldo – implicherebbe perpetuare l’ipotesi del finanziamento di partiti scomparsi.
Quinta questione: il tetto alla spesa. L’assenza di un tetto alla spesa è forse il punto più opinabile della proposta Capaldo. Noi prevediamo invece un limite al totale dei contributi verso i partiti. Come? Nell’anno 2011 il livello di benessere degli italiani (il loro pil pro capite) era prossimo a quello del 1999. Se i cittadini vivono con le risorse di dodici anni fa, lo stesso facciano i partiti. Si passi quindi dai 190 milioni del finanziamento pubblico dei partiti del 2011 ai 100 circa del 1999. Ma la buona politica va premiata: la nostra proposta prevede quindi che il tetto possa crescere negli anni a venire al crescere di due variabili: il pil pro capite e il numero dei votanti. Visto che un fondo per la riduzione strutturale della pressione fiscale già esiste, e sarà operativo dal 2014, ogni risparmio di spesa è a esso destinato.
di Nicola Rossi, senatore del gruppo misto e uno degli animatori di Italia Futura